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16 Luglio 2026

Scopri perché le emissioni Scope 3 sono fondamentali per la sostenibilità aziendale

Le emissioni Scope 3 rappresentano la parte più significativa, ma spesso trascurata, dell'impronta di carbonio aziendale. Scopri perché sono cruciali e come misurarle.

Scopri perché le emissioni Scope 3 sono fondamentali per la sostenibilità aziendale

Quando si parla di impronta di carbonio aziendale, spesso ci si concentra sulle emissioni dirette degli stabilimenti. Tuttavia, la realtà è ben diversa: le emissioni di Scope 3 rappresentano la quota più rilevante e spesso trascurata dell’impatto climatico delle organizzazioni. Queste emissioni, che includono l’intera catena del valore, dall’approvvigionamento delle materie prime al fine vita dei prodotti, sono fondamentali per comprendere l’effettivo impatto ambientale di un’azienda.

In questo articolo esploreremo le differenze tra le emissioni di Scope 1Scope 2 e Scope 3 le categorie del GHG Protocol le implicazioni per la rendicontazione CSRD e un caso concreto di un’azienda che ha intrapreso questo percorso di misurazione.

Le emissioni Scope 3: cosa sono e perché sono importanti

Le emissioni di Scope 3 sono quelle indirette che si verificano lungo la catena del valore di un’organizzazione, sia a monte che a valle delle sue attività operative. A differenza delle emissioni di Scope 1 (dirette) e Scope 2 (indirette legate all’energia), le emissioni di Scope 3 includono tutte le altre emissioni indirette, come l’acquisto di beni e servizi, il trasporto, la gestione dei rifiuti e l’uso dei prodotti venduti.

Queste emissioni sono spesso trascurate perché non sono direttamente controllate dall’azienda. Tuttavia, rappresentano una parte significativa dell’impronta di carbonio totale. Ad esempio, nelle aziende manifatturiere, nei settori della moda, del lusso e dell’alimentare, le emissioni di Scope 3 possono arrivare a coprire tra il 70% e il 90% delle emissioni totali.

Le 15 categorie di emissioni Scope 3

Il GHG Protocol Corporate Value Chain (Scope 3) Accounting and Reporting Standard suddivide le emissioni di Scope 3 in 15 categorie, distinte tra emissioni a monte (upstream) e a valle (downstream) della catena del valore. Le categorie upstream includono i beni e servizi acquistati, i beni strumentali, le attività legate all’energia non incluse in Scope 1 e 2, il trasporto e la distribuzione delle materie prime, i rifiuti generati nelle operazioni, i viaggi di lavoro e il pendolarismo dei dipendenti. Le categorie downstream comprendono il trasporto e la distribuzione dei prodotti finiti, la lavorazione di prodotti intermedi, l’uso dei prodotti venduti, il trattamento a fine vita, i beni in leasing e le franchise.

Non tutte e 15 le categorie sono rilevanti per ogni tipo di organizzazione. La prima fase del lavoro consiste nell’identificare quelle significative attraverso un’analisi di materialità, ponderando parametri come la magnitudo stimata delle emissioni, la capacità dell’azienda di intervenire e la disponibilità dei dati.

Perché misurare le emissioni Scope 3

Misurare le emissioni di Scope 3 non è solo un esercizio di trasparenza, ma uno strumento di gestione. Conoscere dove si concentrano le emissioni lungo la catena del valore permette di identificare le leve di riduzione più efficaci, di dialogare con i fornitori su obiettivi condivisi e di costruire una strategia climatica credibile.

Dal punto di vista regolatorio, la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) richiede alle aziende soggette alla direttiva di rendicontare anche le emissioni di Scope 3 secondo gli standard ESRS E1. Anche gli standard volontari più diffusi, come la Science Based Targets initiative (SBTi) richiedono che le aziende definiscano obiettivi di riduzione che coprano lo Scope 3 quando questo rappresenta una quota rilevante del totale.

Il caso Mosaiq Group: un esempio concreto

Un esempio concreto di misurazione delle emissioni di Scope 3 è quello di Mosaiq Group una holding italiana specializzata nel packaging sostenibile per la moda e il lusso. Etifor ha supportato Mosaiq Group nella redazione del primo inventario GHG, coprendo Scope 1, 2 e le categorie di Scope 3 ritenute significative.

L’analisi di materialità ha evidenziato che i beni acquistati (Scope 3, categoria 4.1a) rappresentano il 79% delle emissioni totali del gruppo. Seguono il trasporto upstream (9%) e downstream (5%), mentre le emissioni dirette di Scope 1 si fermano al 3% del totale. Questo profilo emissivo, dominato dalla catena di fornitura, è tipico del settore manifatturiero con supply chain articolate su più fornitori.

Il risultato dell’analisi di incertezza, condotta secondo la metodologia GHG Protocol, ha attestato un ranking ‘high’ (4,24%), confermando la solidità dell’inventario.

Come si calcolano le emissioni Scope 3

La metodologia di base per il calcolo delle emissioni di Scope 3 è semplice nella sua logica: le emissioni si calcolano moltiplicando un dato di attività per un fattore di emissione. Il dato di attività può essere la quantità di materia prima acquistata (in kg), i chilometri percorsi dai fornitori per consegnare le merci, i kWh di energia consumata a monte, i rifiuti prodotti. Il fattore di emissione converte quella quantità in tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e).

La sfida concreta non è il calcolo in sé, ma la raccolta dei dati di attività, poiché le aziende e i fornitori non sempre dispongono di inventari GHG propri e i sistemi gestionali raramente sono strutturati per estrarre i dati nella forma necessaria. Per questo motivo, il coinvolgimento attivo della catena di fornitura e la strutturazione di un processo di raccolta dati standardizzato sono elementi chiave per la qualità dell’inventario.

Etifor affianca le aziende nella misurazione e gestione delle emissioni attraverso l’approccio MARC, allineato agli standard internazionali GHG Protocol, ISO 14064, SBTi e ai requisiti di rendicontazione ESRS, GRI e TNFD. La fase Measure prevede la costruzione dell’inventario GHG completo, con un’analisi di significatività che permette di focalizzare gli sforzi sulle categorie di emissione più rilevanti per il profilo specifico dell’azienda. A questa segue la fase Avoid, in cui si sviluppa un piano di riduzione allineato alla scienza climatica con obiettivi annui in linea con il target SBTi per 1,5°C.

Autore

Ilaria Galli

Ilaria Galli ha firmato il desk che ha svelato un caso amministrativo triestino dopo accessi agli atti al Municipio, sostenendo la linea editoriale di rigore documentale. Editor di redazione, ha un tratto unico: colleziona verbali storici del Porto Vecchio.