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Negli ultimi anni, il settore delle energie rinnovabili ha registrato un significativo incremento di investimenti in Italia, compresi quelli provenienti da aziende israeliane. Questo fenomeno ha sollevato dibattiti e preoccupazioni tra le comunità locali, in particolare in aree come Cavaglià, situata nella provincia di Biella.
Nel mese di ottobre, è stato presentato un progetto per un nuovo impianto agrivoltaico che ha attirato l’attenzione del presidente del circolo ambientalista Tavo Burat, Daniele Gamba. La sua sorpresa è stata amplificata dal fatto che, in un’area già oggetto di trasformazioni significative, il progetto fosse realizzato da una società israeliana, la Econergy. Questo ha riacceso il dibattito sull’impatto delle aziende israeliane in contesti già vulnerabili.
Il progetto di Cavaglià: opportunità e contestazioni
Il progetto della Econergy prevede un investimento di 29 milioni di euro per sviluppare un’area di 117 ettari, dove verranno installati 3.200 pannelli fotovoltaici. Si prevede anche la risemina dei terreni per promuovere la crescita di nuova vegetazione. Tuttavia, Gamba e altri membri della comunità esprimono preoccupazione per il modo in cui questo sviluppo potrebbe influenzare il territorio.
In passato, l’area ha subito sfruttamento intensivo per l’estrazione di ghiaia e sabbia, con conseguenti problemi di inquinamento. Le associazioni locali parlano di una “terra sacrificata”, sottolineando che, sebbene le energie rinnovabili siano fondamentali, il modo in cui sono implementate può generare conflitti. Gamba evidenzia che la comunità non è contraria all’energia rinnovabile in sé, ma si oppone all’approccio delle grandi aziende che scelgono di investire in terreni agricoli piuttosto che in spazi inutilizzati.
Controversie legate all’economia dell’occupazione
La situazione diventa ancora più complessa quando si considerano i legami tra la Econergy e altre aziende israeliane coinvolte in progetti nei territori occupati. Queste relazioni hanno sollevato interrogativi sulla responsabilità sociale delle imprese e sul loro coinvolgimento in pratiche che, secondo alcune fonti, contribuiscono a perpetuare l’occupazione. La Ong Who Profits ha evidenziato come le infrastrutture energetiche siano utilizzate per consolidare il controllo su territori già vulnerabili.
Critiche e mobilitazioni locali
In risposta agli investimenti della Econergy, il circolo Tavo Burat ha avviato una campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere rilievi contro il progetto. Diverse persone hanno risposto all’appello, inviando osservazioni ufficiali alla provincia di Biella. Gamba ha sottolineato l’importanza di considerare le implicazioni di un progetto che coinvolge un investitore legato a un contesto geopolitico così delicato.
Altre aziende israeliane in Italia
La Econergy non è l’unica azienda israeliana che opera nel settore delle rinnovabili in Italia. Altre realtà, come Enlight Renewable Energy e Shikun & Binui, stanno investendo in progetti simili. Enlight, ad esempio, ha avviato iniziative nel settore energetico in Puglia e Basilicata, ma le sue attività sono state oggetto di critiche per il loro legame con le politiche di occupazione in Cisgiordania.
Shikun & Binui, attiva in vari settori, ha recentemente acquisito progetti agrivoltaici in Toscana e Sicilia, suscitando ulteriori preoccupazioni tra attivisti e comunità locali. Il loro coinvolgimento in progetti di questo tipo spesso riporta a questioni di giustizia sociale e diritti umani, rendendo il dibattito ancora più acceso.
La risposta della società civile
In Italia, la risposta alle iniziative delle aziende israeliane nel settore delle rinnovabili è stata finora limitata, ma ci sono segnali di crescente mobilitazione. Reti come Confluenza stanno lavorando per mappare questi progetti e denunciare le pratiche di greenwashing, sottolineando l’importanza di costruire una consapevolezza critica tra i cittadini. L’obiettivo è garantire che gli investimenti nel settore energetico non avvengano a scapito dei diritti e del benessere delle comunità locali.

