Il mondo ESG si è trasformato in un labirinto di norme e linee guida. Se devi produrre un unico documento che risponda sia ai requisiti ESRS sia a quelli ISSB, la sfida è reale ma affrontabile. Ecco perché, nella pratica, non esiste ancora un modello “one-size-fits-all”: bisogna concatenare i due standard con attenzione ai dettagli. L’obiettivo di questa guida è trasformare quell’incertezza in una ricetta di successo, basata su esempi di aziende che hanno già fatto il passo.
Comprendere le radici di ESRS e ISSB
ESRS nasce dalla normativa europea, con l’intento di standardizzare la rendicontazione ESG all’interno del mercato unico. Il focus è sulla “materialità” determinata dall’Unione Europea, e il framework è costruito attorno a quattro temi: Climate, human rights, governance e circular economy. D’altra parte, ISSB è la proposta dell’International Sustainability Standards Board, che mira a garantire la comparabilità globale. Qui la materia centrale si snoda su transparenza finanziaria, rischio, opportunità e impatti.
Il primo passo pratico è quindi stabilire una mappa delle tematiche in comune: “Brexit non è rilevante a livello di ESG”, ma la “materialità” può ancora differire. È quindi fondamentale condurre una valutazione di materialità convergente, scegliendo soglie che soddisfino entrambe le linee guida.
Sincronizzare i formati: dove si occupano e dove si sovrappongono
Il cuore dell’integrazione risiede nel modo in cui i due standard definiscono le metriche. ESRS richiede spesso metriche specifiche per lo Stato membro, mentre ISSB propone indicazioni più generiche ma applicabili a livello globale. Per non perdere tempo, è utile costruire una matrice di equivalenza:
- ESRS 1: reporting finanziario + ESG? → ISSB 1: Relazione integrata
- ESRS 2: Climate? → ISSB 4: Climate change
- ESRS 6: Governance? → ISSB 6: Governance
Una volta lette le colonne, il passo successivo è rivedere le definizioni operative. Per esempio, emissioni di CO₂ in ESRS necessitano di un “scope 1 + 2”, mentre ISSB si focalizza sul “total carbon footprint”. Se si trova un gap, si deve scegliere la metrica più robusta e documentarla.
Creare un report unico: struttura concreta e workflow operativo
Con la mappa in mano, il documento finale è strutturato in tre grandi blocchi: 1) Executive summary, 2) Analisi dei KPI, 3) Azioni future e roadmap. Il primo blocco sintetizza gli obiettivi ESG e la strategia di azienda. Il secondo blocco presenta i KPI con una tabella radice: ognuno si leggera a un “codice ESRS/ISSB”. Infine, la roadmap mostra le azioni in corso, con una timeline definita in KPI Q1, Q2, Q3, Q4.
È indispensabile usare un software di reporting che permetta di inserire due codici simultaneamente, evitando duplication. L’approccio è di molti, ma il segreto sta nel mantenere una lingua comune tra il team finanziario e quello ESG, per sfruttare gli standard di qualità dei dati piattaforma. Un esempio pratico: un’azienda manifatturiera di 500 dipendenti ha creato una dashboard con Power BI, dove ogni KPI è marcato con “ESRS-2022” e “ISSB-2022” contemporaneamente. In questo modo, la contabilità riesce a verificare la polarità degli indicatori.
Le ultime età del report mettono in evidenza non solo i numeri, ma anche la narrazione strategica. La conclusione sarà un elemento visivo, il “storyboard”, che illustra come i dati raccolti trasformino le operazioni in benefici tangibili. Da qui, la reportistica diventa un documento vivente, pronto a essere aggiornato in base ai prerequisiti ESG.


