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29 Settembre 2026

Obiettivo 30×30 a quattro anni dal 2030: ritardi, finanziamenti e nuove speranze

A quattro anni dal 2030 la copertura protetta resta ben al di sotto del target 30×30; scopri i numeri, le cause e le potenzialità per colmare il divario.

Obiettivo 30×30 a quattro anni dal 2030: ritardi, finanziamenti e nuove speranze

Il obiettivo 30×30 sancito nel Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, punta a garantire la protezione di almeno il 30% delle terre e dei mari entro il 2030. A un quarto di secolo dalla scadenza, il bilan mondiale mostra una distanza notevole: solo il 20% delle aree terrestri e delle acque interne è formalmente tutelato, mentre la protezione delle zone marine si ferma al 10%.

Questi dati provengono dal 30×30 Global Assessment 2026 redatto da Campaign for Nature e Together for the Ocean, che ha analizzato le dichiarazioni di 196 Paesi. Dal 2022 sono stati aggiunti circa 1,3 milioni di km² di territorio e 6 milioni di km² di superficie marina, ma le previsioni indicano che, anche rispettando tutti gli impegni esistenti, la copertura terrestre potrebbe toccare appena il 27% e quella marittima il 12% entro la scadenza.

Copertura terrestre e marittima: dati aggiornati e disparità regionali

Il panorama della protezione formale è altamente eterogeneo. Più di cinquanta nazioni hanno già superato la soglia del 30% di copertura terrestre, ma solo ventitré paesi hanno raggiunto lo stesso livello per le aree marine e costiere. L’America Latina si attesta intorno al 29% sul territorio e al 26% in mare, mentre l’Oceania registra circa il 24% terrestre e un notevole 41% marino-costiero. Alcuni Stati – Brasile, Australia, Canada, Costa Rica e Colombia – hanno ampliato in maniera significativa le loro reti protette negli ultimi anni, con la Colombia che ha inserito i diritti delle popolazioni indigene nella gestione delle aree conservate.

Il vuoto dell’alto mare

Il problema più marcato riguarda l’alto mare che comprende due terzi dell’intero bacino oceanico. Attualmente, appena l’1,5% delle acque internazionali è designata come area protetta. Il High-Seas Treaty entrato in vigore a gennaio 2026, rappresenta il principale strumento giuridico per ampliare la tutela al di là delle giurisdizioni nazionali, ma la sua implementazione è ancora agli inizi.

Finanziamenti, gestione e impatti economici

Il divario più critico resta quello finanziario. La conservazione globale richiederebbe un investimento annuo compreso tra 100 e 180 miliardi di dollari, mentre la spesa attuale è di circa 24 miliardi, generando un deficit di 75-150 miliardi. Per la protezione marina la differenza è più accentuata: sono necessari circa 16 miliardi all’anno, ma ne vengono destinati soltanto 1,8 miliardi. Inoltre, molte aree dichiarate protette non dispongono di risorse sufficienti per la gestione, il monitoraggio e il controllo; solo il 3,5% degli oceani è considerato pienamente protetto.

Benefici di un 30×30 reale

Superare semplicemente il traguardo di superficie non è sufficiente: la biodiversità sostiene più della metà del PIL globale e un suo crollo parziale potrebbe far perdere fino a 2 700 miliardi di dollari all’anno. Al contrario, il raggiungimento del 30×30 potrebbe generare circa 450 miliardi di PIL aggiuntivo entro il 2050 e creare tra i 4 e i 7 milioni di posti di lavoro. Riconoscere i territori gestiti da popolazioni indigene – potenzialmente fino al 35% delle terre emerse – e integrare la biodiversità nelle decisioni su infrastrutture, agricoltura ed energia sono leve decisionali fondamentali per trasformare le promesse in risultati concreti.

Il rapporto sottolinea che l’obiettivo è ancora tecnicamente realizzabile, ma richiede un’accelerazione decisiva: nuove risorse finanziarie, una governance inclusiva e, soprattutto, la trasformazione della protezione “sulla carta” in tutela “sul campo”. Il prossimo incontro della Convenzione sulla diversità biologica a Yerevan, in Armenia, sarà il banco di prova per valutare se i Paesi riusciranno a colmare il divario entro i prossimi mesi.

Autore

Andrea Innocenti

Andrea Innocenti ha coordinato dall'estero il rientro di una cronista napoletana durante una crisi diplomatica, gestendo contatti con consolati; è corrispondente esteri che definisce linee editoriali sulla geopolitica. Nato a Napoli, parla dialetto locale e mantiene rapporti con ONG partenopee.