In un’epoca in cui la sostenibilità è diventata una priorità globale, il greenwashing rappresenta una minaccia crescente. Questo fenomeno, noto anche come ecologismo di facciata vede aziende e istituzioni adottare strategie di comunicazione ingannevoli per presentarsi come più verdi di quanto non siano realmente.
Il termine greenwashing è una combinazione delle parole green (verde) e washing (lavare), che richiama l’idea di dare una mano di verde a pratiche non sostenibili. Questo fenomeno non è nuovo: già negli anni ’60 alcune imprese cercavano di darsi un’immagine più ecologica, ma è a partire dagli anni ’90 che si è intensificato, alimentato dalla crescente attenzione dei consumatori verso l’ambiente.
Greenwashing vs Green Marketing: la differenza fondamentale
Il green marketing o marketing verde, si basa su un impegno concreto delle aziende verso la sostenibilità. Le imprese che adottano questa strategia si impegnano a modificare ogni aspetto della produzione per ridurre l’impatto ambientale, dalla catena di produzione agli imballaggi, fino alla gestione dei rifiuti. La comunicazione è trasparente e verificabile, con dati reali che dimostrano l’effettivo impatto dei prodotti sull’ambiente.
Al contrario, il greenwashing utilizza la comunicazione per ingannare i consumatori, presentando un’immagine di sostenibilità che non corrisponde alla realtà. Le aziende che adottano questa strategia tendono a enfatizzare sforzi minimi o inesistenti, utilizzando claim e slogan non trasparenti per costruire un’immagine ambientale falsa.
I ‘peccati’ del greenwashing
La società americana di marketing ambientale TerraChoice Environmental Marketing Inc ha identificato sette peccati del greenwashing
- Nascondere la verità descrivere un prodotto come green basandosi su una singola caratteristica, ignorando gli aspetti più critici dal punto di vista ambientale.
- Non dimostrare dichiarare caratteristiche senza sufficienti informazioni o certificati rilasciati da terze parti.
- Vaghezza utilizzare affermazioni imprecise che possono generare equivoci.
- False etichette dare l’impressione che un prodotto sia certificato da terzi, quando in realtà non lo è.
- Irrilevanza enfatizzare caratteristiche green inutili e non rilevanti.
- Scegliere il minore tra due mali vantare una caratteristica del prodotto che non risolve l’impatto ambientale.
- Mentire fare affermazioni false, come dichiarare un prodotto a impatto zero quando non lo è.
La percezione del greenwashing in Italia e in Europa
In Italia, il 77,1% delle persone considera poco credibili i messaggi delle aziende sull’impegno ambientale. Questo dato emerge dal Sustainability Study 2026, che ha coinvolto 5.000 persone in Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. La diffidenza verso la comunicazione ambientale è trasversale: in Spagna raggiunge l’80,7%, in Germania il 78,4%, in Francia il 73,8% e nel Regno Unito il 70,2%.
La familiarità con il termine greenwashing sta crescendo, ma la capacità di definirlo con precisione rimane limitata. Solo il 23,9% degli italiani riesce a fornire una definizione corretta, mentre il 43,5% ne comprende almeno il significato generale. Questo mostra una consapevolezza ancora incompleta, ma una crescente capacità di riconoscere le false promesse ambientali.
La sensibilità ambientale degli italiani
Nonostante la diffidenza verso le aziende, la sensibilità ambientale degli italiani rimane elevata. Il 79,3% è molto preoccupato per l’inquinamento, il 76,8% per lo spreco delle risorse naturali e il 74,6% per il cambiamento climatico. La perdita di biodiversità è indicata dal 66,6% degli intervistati. Il 68,5% ritiene che i problemi ambientali avranno un impatto forte o molto forte sulla propria vita nei prossimi dieci anni.
Le azioni sostenibili sono già diffuse: il 72,7% degli italiani ha compiuto almeno un’azione concreta per ridurre il proprio impatto ambientale nella settimana precedente alla ricerca. Le azioni più diffuse sono la raccolta differenziata (79,9%) e la riduzione degli sprechi alimentari (79,3%). Tuttavia, le scelte più costose o complesse, come limitare l’utilizzo dell’automobile privata (50,4%) o acquistare prodotti sostenibili (51,2%), sono meno diffuse.
Le conseguenze del greenwashing
La perdita di fiducia può trasformarsi direttamente in una scelta di acquisto. Il 52,8% degli italiani afferma di aver già smesso di comprare un prodotto o un marchio considerato non abbastanza sostenibile. Le reazioni davanti a un caso accertato di greenwashing sono ancora più nette: il 68,5% interromperebbe gli acquisti, il 65,3% esprimerebbe giudizi negativi e il 62,6% prenderebbe in considerazione il disinvestimento dai titoli dell’azienda coinvolta.
Il principale ostacolo alla diffusione di comportamenti più sostenibili non è la mancanza di sensibilità, ma il costo. Il 34,3% degli italiani indica il prezzo dei prodotti sostenibili come prima barriera al cambiamento. Questo elemento è particolarmente importante per evitare di trasformare la transizione ecologica in una questione morale affidata esclusivamente alle scelte individuali.
Per le imprese, i risultati del Sustainability Study indicano un cambio di prospettiva. La comunicazione ambientale non può più limitarsi ad accompagnare il posizionamento del marchio: deve essere trasparente, verificabile e basata su dati concreti. Solo così si può ricostruire la fiducia dei consumatori e contribuire realmente alla sostenibilità.



