Nel panorama della moda, la sostenibilità si è trasformata in una lama a doppio taglio: da un lato obbligo planetario, dall’altro opportunità competitiva. Le aziende che riescono a integrar` il principio di sostenibilità nei propri processi osservano un vantaggio sul mercato; quelle che faticano a farlo rischiano di subire costi aggiuntivi senza un corrispondente ritorno economico, minacciando la sopravvivenza di una filiera già provata da tre anni di fatturati in calo.
Il Venice Sustainable Fashion Forum di quest’anno ha fornito il palcoscenico ideale per mettere a fuoco queste tensioni. Il presidente di Confindustria Moda, Luca Sburlati, ha lanciato un appello verso un “vero patto di filiera” a lungo termine, coinvolgendo marchi, produttori e istituzioni, con l’obiettivo di dare trasparenza alla programmazione e responsabilità verso i fornitori, tutelando i 27 distretti italiani e circa 500.000 dipendenti.
Patto di filiera proposto da Confindustria Moda
Durante la tavola rotonda con Carlo Capasa (Cnmi) e Pascal Morand (Fédération française de la couture), è stato proposto un percorso decennale che prevede l’allineamento delle regole ESG lungo l’intera catena di approvvigionamento. La collaborazione italo-francese, già avviata tramite l’European Fashion Alliance, ha prodotto un primo risultato concreto: l’uniformazione delle richieste ESG e degli audit, riducendo l’onere burocratico per i fornitori e migliorando la tracciabilità dei materiali.
European Fashion Alliance e semplificazione degli audit
Grazie alla piattaforma comune, le imprese potranno effettuare audit unici riconosciuti da entrambe le nazioni, eliminando la duplicazione di controlli e consentendo una più rapida certificazione dei prodotti eco-compatible. Questo approccio è considerato un passo cruciale per liberare risorse finanziare destinate alla compliance, risorse che potranno essere reindirizzate verso investimenti in ricerca e sviluppo.
Rischi economici e timori di deindustrializzazione
Carlo Capasa ha sottolineato che i cento miliardi di euro di ricavi rappresentano il volano dell’industria italiana, generando un fatturato complessivo otto-dieci volte superiore. L’avvertimento è chiaro: una perdita di competitività potrebbe replicare la deindustrializzazione sperimentata da altri Paesi europei, come il Regno Unito, nell’ultimo secolo. La Francia, a sua volta, partecipa sia come produttore sia come grande cliente dei marchi italiani, rafforzando la necessità di una sinergia operativa.
Impatto sui brand francesi e contratti made in Italy
Pascal Morand ha ribadito l’allineamento di intenti, evidenziando che le maison francesi chiedono una riduzione del carico di lavoro per i fornitori italiani. L’accordo, quindi, non è solo una questione normativa, ma una risposta concreta alle richieste di collaborazione reciproca che le case di moda stanno avanzando per rendere più snella la filiera produttiva.
Nuove prospettive: occupazione, tessile tecnico e bio-based
Un altro tema chiave emerso è la sfida occupazionale: circa 15.000 lavoratori vanno sostituiti ogni anno a causa del pensionamento. La proposta prevede un potenziamento della formazione professionale, con la creazione di accademie aziendali che garantiscano competenze aggiornate. Sburlati individua, inoltre, il tessile tecnico come settore di grande crescita, soprattutto grazie all’impiego di polimeri bio-based, che promettono un impatto ambientale ridotto e nuove opportunità di mercato.
Fashion Days di Varese: modello replicabile a livello europeo
L’esperienza dei Fashion days, nata nella provincia di Varese, è stata presentata come caso di studio durante la firma del Protocollo d’Intesa a Bruxelles. Il progetto, che ha mobilitato più di 180 attività commerciali e ha generato oltre un milione di visualizzazioni digitali, dimostra come la cooperazione tra retailer, associazioni territoriali e autorità regionali possa creare un modello di valorizzazione della moda locale, facilmente estendibile in altri Paesi europei.



