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2 Luglio 2026

Come la Direttiva 2026/825 cambia la comunicazione ambientale e impatta imprese e territori

La nuova disciplina europea impone prove verificabili per i claim ambientali, mentre l'Europa paga 336,7 miliardi di euro per combustibili fossili e il futuro agroalimentare dipende dalla fertilità del suolo. Un quadro che mette insieme normativa, rischi per la salute e strategie produttive.

Come la Direttiva 2026/825 cambia la comunicazione ambientale e impatta imprese e territori

Nell’ultimo periodo si è intensificato il confronto pubblico su tre nodi strettamente connessi: la regolazione della comunicazione ambientale, l’oneroso conto delle importazioni di combustibili fossili e la necessità di proteggere la fertilità dei suoli in agricoltura. Questi temi sono emersi con forza in occasioni pubbliche e in analisi settoriali, a partire dalla recezione della Direttiva (UE) 2026/825 e del relativo d.lgs. 30/2026 fino ai dati economici 2026 sulle importazioni energetiche e agli studi sulla resilienza delle filiere agroalimentari.

Il passaggio normativo europeo spinge verso una comunicazione ambientale basata sulla dimostrabilità delle affermazioni; nel frattempo la bolletta legata ai combustibili fossili e l’aumento delle ondate di calore rimettono al centro l’urgenza di scelte di politica energetica e di adattamento agricolo.

Ricevere e dimostrare: le novità introdotte dalla Direttiva (UE) 2026/825 e dal d.lgs. 30/2026

La nuova disciplina europea impone alle imprese un salto di qualità nella gestione dei green claim non basta più dichiarare impegni ambientali, è necessario renderli verificabili con dati accessibili e procedure interne strutturate. Questo cambio di paradigma è stato al centro di un seminario promosso dall’European Climate Pact presso il Centro Europa Experience “David Sassoli” di Roma, svoltosi il 26 giugno, dove giuristi, esperti ESG e rappresentanti d’impresa hanno analizzato le conseguenze pratiche del recepimento nazionale.

Un report presentato all’evento ha esaminato undici settori e settanta brand italiani, mettendo in luce una diffusione significativa di claim generici e difficilmente verificabili e una crescente sfiducia dei consumatori verso le dichiarazioni ambientali. Il risultato pratico della normativa è la transizione da un paradigma di autodichiarazione a uno fondato su evidenze documentali: strumenti interni di compliance, collaborazione tra funzioni legali e tecniche e una migliore qualità informativa diventano requisiti essenziali.

Criticità operative e rischio di greenhushing

Nonostante i benefici attesi, permangono ostacoli: l’assenza di standard scientifici uniformi, la mancanza di un sistema europeo di certificazione preventiva e possibili incertezze interpretative che potrebbero indurre alcune aziende a limitare del tutto la comunicazione ambientale, fenomeno noto come greenhushing. In questo contesto, il ruolo delle autorità di vigilanza e di percorsi di formazione interna assume particolare rilevanza per garantire coerenza e trasparenza.

I costi delle importazioni fossili e l’impatto delle ondate di calore in Europa

Sul fronte economico, gli Stati membri dell’Unione europea hanno importato combustibili fossili per 336,7 miliardi di euro nel 2026, una cifra che pesa sulle finanze pubbliche e private e che, stando alle proiezioni, potrebbe aumentare nel 2026. A influire sono anche tensioni geopolitiche: solo nei primi due mesi della guerra tra Usa, Israele e Iran si sono registrati 27 miliardi di euro di maggiori esborsi.

L’Italia, importando oltre il 90% dei combustibili fossili, è particolarmente esposta: i costi energetici nel 2026 sono stati stimati tra i 46 e i 53 miliardi di euro. Questi numeri si intrecciano con emergenze sanitarie legate al clima: le ondate di calore hanno aumentato gli accessi nei pronto soccorso del 10-15% nelle grandi città e, dal 21 giugno, sono stati registrati oltre 1.300 decessi in eccesso correlati alle alte temperature in Europa.

Adattamento, risparmio e investimenti rinnovabili

Per ridurre la dipendenza dai fossili e i rischi connessi al caldo estremo sono necessari sia interventi di adattamento che politiche di mitigazione: accelerare l’installazione di capacità rinnovabile, migliorare l’efficienza energetica e rendere più rapide le procedure autorizzative. Le stime indicano che colmare il gap al 2030 potrebbe generare risparmi significativi e creare occupazione nel settore delle rinnovabili.

Fertilità del suolo e resilienza delle filiere agroalimentari

Il terzo tema cruciale riguarda la salute del suolo come elemento chiave per la qualità e la sostenibilità delle produzioni alimentari. Un suolo fertile non è solo disponibilità di nutrienti: include struttura fisica, contenuto di sostanza organica, biodiversità microbica e capacità di trattenere acqua e nutrienti, tutti fattori che aumentano la resilienza delle colture agli stress climatici.

La valorizzazione delle eccellenze territoriali dipende dalla conservazione del terroir e dal ricorso a pratiche come rotazioni, consociazioni e sistemi agroforestali che migliorano microclima e biodiversità. Inoltre, aumentare la materia organica stabile nel suolo riduce la necessità di input chimici e favorisce una gestione dell’acqua più efficiente, elemento cruciale nelle aree mediterranee soggette a siccità prolungate.

La compresenza di normative più stringenti sui claim ambientali, la pressione economica derivante dalle importazioni di combustibili fossili e la centralità della gestione del suolo tracciano un’agenda comune: trasparenza nelle comunicazioni, transizione energetica e pratiche agricole rigenerative diventano leve congiunte per aumentare la fiducia dei consumatori e la competitività delle imprese.

Autore

Ilaria Galli

Ilaria Galli ha firmato il desk che ha svelato un caso amministrativo triestino dopo accessi agli atti al Municipio, sostenendo la linea editoriale di rigore documentale. Editor di redazione, ha un tratto unico: colleziona verbali storici del Porto Vecchio.